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San Michele Arcangelo

Nella cornice scenografica della settecentesca Chiesa di San Michele Arcangelo in Palazzolo Acreide, si inserisce la tradizionale Natività, che da sempre possiede un grande valore storico antropologico, simbolo dell’identità e della cultura religiosa popolare.
Da anni il comitato dei festeggiamenti di San Michele si è impegnato nella realizzazione di presepi sia tradizionali che viventi, di grande valore artistico e originalità.
Anche quest’anno, nonostante le restrizioni dovute al Covid19, i ragazzi del comitato hanno voluto esprimere con semplicità ma allo stesso tempo con la creatività che da sempre contraddistingue questo gruppo, il vero significato del Natale: ovvero la nascita di Gesù.  Così  ai piedi di un colorato albero di Natale, è stata allestita una caratteristica Natività. All’interno di una grotta, realizzata tutta con materiali naturali, sono stati installati dei pannelli raffiguranti la Sacra Famiglia insieme all’angelo e ai Re Magi. Inoltre all’interno della Chiesa sono stati esposti alcuni  presepi realizzati dai bambini della parrocchia che hanno partecipato al concorso “Presepe d’asporto”. Piccole  creazioni in vario materiale con le quali i bambini hanno potuto comunicare il loro modo di vivere il Natale, seppur in maniera sobria e diversa dagli anni passati, ma partecipata e autentica.

Il presepe artistico in stile siciliano della chiesa di San Giuseppe Innografo ad Augusta

Per il quarto anno, Augusta ospita il Presepe artistico in stile siciliano, allestito da Luca Musumeci presso la Parrocchia di San Giuseppe Innografo (zona Monte Tauro) ad Augusta. Ogni anno, grazie all’accoglienza della Parrocchia, il sostegno del Comune e il contributo di alcuni commercianti della città, il Presepe si arricchisce di nuove ambientazioni e di nuovi personaggi. Questi ultimi, modellati dalle mani dell’artista calatino Vincenzo Velardita.  … Continua a leggere Il presepe artistico in stile siciliano della chiesa di San Giuseppe Innografo ad Augusta »

Sortino

«Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1c); questo l’incipit del Vangelo che la liturgia propone alla Chiesa la sera del Giovedì Santo, nella Messa In Coena Domini. La lettura di quello stesso Vangelo lascia percepire una distonia, un gioco di incomprensioni non indifferente: da un lato Gesù che sta donando la sua stessa vita, liberamente e per amore, dall’altro chi non riconosce nel segno della lavanda dei piedi il senso dell’esistenza come servizio ed oblazione ma cerca egoisticamente la propria realizzazione.
La tradizione che i nostri antenati ci hanno lasciato risente molto di questa percezione evangelica: stride infatti il clima che Sortino respira subito dopo questa celebrazione. Le Chiese, spoglie e al buio, accolgono i fedeli, adulti ma anche giovani, che desiderano visitare il Santissimo negli Altari della Reposizione, i tradizionali Sepulcri. E ancora una volta il contrasto tra le tenebre delle Chiese e la forte luce attorno alla Custodia, tra il marmo nudo e la solennità delle tovaglie e la bellezza degli ornamenti floreali, tra il silenzio assordante e il dolce e armonioso canto dei fedeli che adorano il Santissimo. I lavureddi fanno da cornice a questo scenario, profezia di una vita che nasce dall’abbandono, dalla morte.

Alle 3.30, a rompere il silenzio della notte, il primo mascuni, un colpo di mortaio. E alle 4.00 di mattina, appuntamento certo per tutti i sortinesi, credenti e non, al suono triste ma maestoso delle Elegie della Passione della banda, esce dalla Chiesa di Santa Sofia, sommessa, la quattrocentesca statua in cartapesta de U Nummu ru Gesu, il Cristo alla Colonna. Portata a spalla lungo tutte le strade del paese sembra simbolicamente visitare tutte quelle situazioni di sofferenza e caricarle sulle sue Spalle già tanto martoriate e gravate del peso dei peccati. Ma in questo la cura dei cittadini nei confronti del Signore: il freddo della notte infatti è riscaldato dalla presenza di Gesù, ma al freddo che sente lui chi ci pensa? E così i nostri padri ci hanno tramandato questa significativa tradizione di accendere i farati, dei piccoli falò, al passaggio del simulacro. Questo rende tutto lo scenario ancora più caratteristico. L’acme della distonia è il passaggio della processione davanti alla Chiesa Madre: lì il clima diviene ancora più suggestivo poiché mentre tutti i fedeli si dispongono sul sagrato, si dispone U Nummu ru Gesu a correre e arrivato a metà della piazza si sente il tonfo dei pesantissimi portoni che sbattono chiudendo le porte al Salvatore, probabilmente immagine dei Misteri della Passione per cui la Chiesa Collegiata doveva anticamente rappresentare il Sinedrio ostile a Gesù, nel cui Nome, appunto Nummu, c’è salvezza. 

Il contesto muta radicalmente la sera: se la mattina si viveva tutto il paradosso del momento, adesso dopo l’Azione Liturgica In Passione Domini, ad anni alterni tra Chiesa Madre e Santa Sofia, alle 19.00 si propone la tradizionale predica delle Sette Ultime Parole di Gesù e la suggestiva Scisa ‘a Cruci. Poi il Signore Morto, deposto nel Cataletto, viene portato in processione con Maria, sua Madre Santissima Addolorata, per le strade del paese e ancora una volta i ragazzi aiutano il percorso tramite i farati; ma questa volta sembra quasi che sia la luce di Cristo ad illuminare il nostro cammino. Questa luce rimane l’unico indizio di una stridente attesa, foriera di speranza nell’alba della Resurrezione.

 

Venerdì Santo Parrocchia Santa Sofia
Ogni anno il venerdì santo, dalla chiesa di Santa Sofia, alle ore 4.00 del mattino, viene portata in processione, a spalla dai portatori, per le vie del paese, la statua del Cristo alla colonna, del  1400 – “U nummuru Gesu” . Lungo il tragitto vengono accesi i falò, per illuminare e scaldare i numerosi fedeli. Le bande musicali sortinesi suonano marce antiche. Davanti la chiesa Madre il simulacro viene fatto passare di corsa, momento molto suggestivo. Nel monastero di Montevergine in stile barocco, dove c’è il convento delle monache di clausura “le adoratrici perpetue del Santissimo Sacramento”, la statua del Cristo alla colonna viene portata in chiesa e qui le monache intonano soavi canti.  La sera del venerdì santo alle ore 19.00, ad anni alterni, un anno chiesa di Santa Sofia e un anno chiesa Madre, viene celebrata la funzione della “scesa a cruci”. La statua di Gesù crocifisso viene schiodata dalla croce durante la meditazione delle sette parole, e posta nel “cataletto” e portata in processione, assieme alla statua della Madonna addolorata, per le vie del paese e vengono nuovamente accesi i falò.

 

 

 

 


Lentini

Come vuole la tradizione italiana, la Settimana Santa è un evento da vivere nella sua tipicità locale. La manifestazione, prettamente religiosa, entra nel vivo con le celebrazioni del triduo Pasquale. Il Giovedì Santo si celebra la solenne funzione, presso la Chiesa Madre, con la lavanda dei piedi e l’istituzione dei “sepolcri”. Questi ultimi sono degli altari dove, dopo la celebrazione Eucaristica del giovedì, viene deposto il Santissimo Sacramento. Le particolarità dei Sepolcri sono gli ornamenti con fiori bianchi e gialli e il tipico lavureddu, germogli di frumento o di lenticchie fatti crescere qualche settimana prima e poi portati in chiesa per adornare appositamente quel luogo.

Il Venerdì Santo, di particolare interesse è a scisa a cruci: la rappresentazione della deposizione del Cristo dalla croce. Dopo aver compiuto tale rituale, si inizia una processione serale per le vie cittadine con il momento cruciale che si svolge nei pressi del cimitero, dove il coro parrocchiale, che oggi sostituisce le suore conventuali, intona due canti, uno alla Madonna addolorata e l’altro al Cristo morto. La lunga processione cittadina, termina presso la Chiesa Madre con il bacio al Cristo. Il Sabato Santo, alle ore 23.00 si celebra la Veglia Pasquale. La funzione si svolge al buio fino alla mezzanotte, quando le luci si riaccendono e viene celebrata la Santa Messa.

Ferla

La Pasqua a Ferla è una festa che assomma al primario aspetto religioso, la continuazione della tradizione popolare che si festeggia da più di 150 anni ed un notevole richiamo turistico per il piccolo centro montano. Le cerimonie popolari hanno inizio l’ultimo venerdì di Quaresima e si concludono otto giorni dopo la Pasqua.
Nemmeno durante il periodo delle guerre mondiali, nonostante i vari divieti, i riti sono stati sospesi poiché, nell’ignoranza di allora, venivano svolti in segreto all’interno delle chiese; processioni comprese.

Ultimo Venerdì di Quaresima

L’ultimo venerdì di Quaresima la comunità si riunisce in preghiera nelle vie del paese contemplando le stazioni della via Crucis e portando in solenne processione il simulacro dell’Addolorata.

Domenica delle Palme

La Domenica delle Palme i fedeli vengono radunati annualmente in una delle otto chiese di Ferla, dove, a turno verranno benedette le palme ed i ramoscelli di ulivo.
Seguirà una processione fino alla Chiesa Madre nella quale sarà celebrata la Santa Messa Solenne.

Giovedì Santo

Il Giovedì Santo viene celebrata la liturgia che ricorda l’Ultima cena e l’istituzione dell’Eucarestia.
Terminata la messa in coena domini è tradizione ferlese che, all’interno di tutte le chiese, siano allestiti gli Altari della Reposizione, chiamati nel nostro particolare dialetto “I Sepurcuri” adornati da piante, dai germogli di frumento e da centinaia di fiori.
Alle 23.00 ha inizio la predica della passione in chiesa Madre; al fragoroso grido di: “Ecce homo!” pronunciato dal sacerdote, il portone principale della chiesa Madre viene spalancato di colpo e viene presentato al popolo il Cristo flagellato, o come usiamo dire a Ferla: “U Signuri a culonna”.
Terminato il responso breve, seguirà una processione notturna del Cristo alla colonna per le vie del paese.

Venerdì Santo

Il Venerdì Santo alle 15:00 al suono della battola detta in dialetto “a troccola”,  la gente si riunisce nella chiesa Madre e partecipa con devozione alla liturgia della passione e morte del Signore.
Commovente è la “svelatio” della croce; il velo quaresimale che copre il Cristo Crocifisso viene lentamente scoperto, in concomitanza dell’annuncio da parte del sacerdote per tre volte con il canto: “Questo è il legno della croce a cui fu appeso il Cristo Salvatore del mondo”.
Il ministro con i collaboratori prendono il simulacro del Crocifisso e lo adagiano a terra per, quella che per tutta la chiesa cattolica è la funzione dell’Adorazione della Croce.
I fedeli  in processione adorano la Santa Croce che il Ministro ha nel frattempo cosparso di mirra e balsamo in grado di riempire  la chiesa di un magnifico profumo.
Durante la medesima funzione i fedeli possono attingere in piccoli pezzetti di cotone le essenze che hanno cosparso il Crocifisso passandole tra le navate della chiesa.
Alle 17.00 dalla Basilica di Sant’Antonio Abate ha inizio la processione dell’Addolorata che scendendo lungo il corso principale si ritrova, come nel Calvario, dinanzi al simulacro di Cristo Crocifisso appena uscito dalla Chiesa Madre. Seguirà una solenne e partecipata processione.
Secondo la tradizione ferlese, i riti del Venerdì Santo appartenevano all’ormai estinta Confraternita di Sant’Antonio.
Al giorno d’oggi, nel rispetto dei nostri avi e di questa stessa tradizione, al rientro, i simulacri vengono deposti nella chiesa di Sant’Antonio dove, alle ore 21.00 ha inizio la predica delle “Sette Parole”, momento di estrema riflessione e preghiera su quelli che furono gli ultimi istanti di vita di nostro Signore Gesù Cristo.
Unica nel suo genere è senz’altro “A Scisa a Cruci” ovvero la rappresentazione scenografica di ciò che avvenne più di duemila anni fa sul monte Calvario, dopo la morte di Cristo.
I passi di questo solenne momento vengono dettati dal predicatore ed eseguiti dai sacerdoti e dai confrati i quali compiono lo stesso commovente ed eloquente gesto di Giuseppe d’Arimatea: schiodare il corpo di Cristo dalla Croce.
Il simulacro, predisposto alla chiusura delle braccia, viene posto in un lenzuolo per la venerazione dei fedeli lungo il percorso che lo conduce dalla croce all’urna nella quale verrà posto per la successiva processione notturna.

Sabato Santo

Il Sabato Santo alle ore 21:00 ha inizio la Veglia Pasquale con la benedizione del fuoco nuovo.
Suggestivo è già il primo momento della “calata a tila”; un arazzo settecentesco raffigurante la crocifissione, lungo quanto l’intero presbiterio che viene lasciato cadere a terra per lasciare la scena
 “ O’ Gloria” momento folkloristico rappresentate la Resurrezione; si tratta di un simbolismo raffigurante la vittoria di Cristo sulle tenebre della morte raffigurate da quella tela.
E’ tradizione ferlese che i genitori durante questo momento innalzino i bambini in aria all’invocazione di “crisci crisci”; Contemporaneamente vengono sciolte le corde delle campane di tutte le chiese, che erano state legate il Giovedì Santo per essere suonate a festa. Particolare è “a vutata da campana”: la campana maggiore della Basilica di San Sebastiano che viene agitata a mano ininterrottamente fino alle prime ore dell’alba della domenica.
La sera, dopo la celebrazione della S. Messa, ha inizio la processione “A Beddamatri o scountru”, simulacro dell’Immacolata ammantato di nero, simbolo del lutto. La processione, estremamente partecipata, rappresenta la ricerca del figlio che Maria stessa sente di essere Risorto.
Durante la stessa processione, la Madonna corre come qualsiasi madre in cerca del proprio figlio per le vie del paese, trainata da centinaia di giovani.
Sconfortata per non avere trovato il figlio, il simulacro viene ritirato nella basilica di San Sebastiano alle 23:45.

A mezzanotte esatta, ora che segna il passaggio al giorno glorioso di Pasqua, a Ferla accade qualcosa di straordinario, unico ed estremamente commovente in grado di colpire il cuore di credenti e non credenti, di paesani e forestieri, di piccoli e grandi.
Già riconosciuta da altri enti e associazioni di promozione culturale, “A Sciaccariata” è quell’evento che più di tutti ha portato Ferla nel mondo.
Dalla punta più bassa del paese segnata dalla chiesa del Carmine, rappresentante gli abissi della morte esce trionfalmente, in un paese privato per l’occasione dall’energia elettrica il glorioso simulacro del Cristo Risorto che, portato rigorosamente a spalla da migliaia di giovani, viene accompagnato di corsa dal fuoco e dalla luce di migliaia di “Sciaccare”,arbusti secchi tipici della zona che vengono legati a mazzetti e che un tempo fungevano da torce, fino ad arrivare nella punta più alta del borgo segnata dal Monastero della Madonna delle Lacrime, simbolo della vittoria di Cristo sulla morte e della sua stessa Risurrezione nei cieli.
Durante questo evento, il popolo ferlese che conta circa 2400 abitanti, è in grado di ospitare una moltitudine di turisti tanto da trasformarsi in una vera e propria cittadina di 10000 abitanti!

Domenica di Pasqua

Alle 4.00 del mattino, la giornata ha inizio con la celebrazione della S. Messa d’alba.
Al termine della stessa, seguirà la processione della Madonna che ancora addolorata, continua nella disperata ricerca del figlio.
Questa volta è nei luoghi in cui anticamente era presente il putridume che Maria volgerà il suo sguardo sostenuta e accompagnata  da una gremita partecipazione di devoti; si tratta di quello che per i ferlesi è per tradizione “U giru de setti vaneddi”: sette vicoli della Ferla antica.
Alle 11.30 i portatori dei fercoli si recano presso il Monastero della Madonna delle lacrime per sollevare il simulacro del Cristo Risorto; stessa cosa per i portatori della Madonna.
Alle 11.55 il “tiratore del manto”, accovacciato sopra la vara della Madonna, sventola un fazzoletto bianco dalla punta più bassa del paese in segno di riconoscimento a quello che da lontano sembra il Figlio.
Alle 12.00 “a piula”: la campana piccola della torre campanaria appartenente alla Chiesa Madre suona ripetutamente dando vita a quello che è il famoso “U scontru”.
L’incontro tra Gesù e Maria si avrà a metà del corso principale, dove, abilmente il tiratore del manto sfilerà elegantemente il manto nero che ha contornato Maria per tutta la Quaresima e la scioglierà dei dolori.
Seguirà “U giru da cruci” ovvero un ulteriore incontro festoso tra i due simulacri che si intersecano e girano attorno un monumento presente all’ingresso del paese.
La sera, dopo la celebrazione della Santa Messa Solenne, seguirà l’ultima processione del giorno del Cristo Risorto e della Madonna, posti sull’artistico carro trionfale. Al rientro uno spettacolo pirotecnico chiuderà i festeggiamenti.

Ottava di Pasqua

Otto giorni dopo saranno i più piccoli a ripetere i riti della settimana Santa.
Il sabato successivo avrà luogo “A Sciaccariata de carusi” e la domenica “U Scontru de carusi”.
Entrambi gli eventi vengono svolti con le medesime modalità della festa ufficiale.

 

 

Cassaro

Non ci sono notizie documentabili sulle origini della Settimana Santa a Cassaro. Tuttavia, dalla storiografia locale sappiamo che nel XVII secolo esistevano due confraternite: quella di Maria Immacolata che aveva sede nella chiesa di San Sebastiano, e quella della Madonna degli Agonizzanti che aveva sede nella chiesa di Sant’Antonio Abate. Entrambe le confraternite avevano statuti e regolamenti propri, erano previsti per i confrati momenti di esercizi spirituali e di preghiere comunitarie, oltre all’assistenza sul territorio e al servizio liturgico. Oggi, le antiche confraternite sono confluite in altrettanti comitati che si occupano della gestione delle rispettive rettorie e di portare avanti le tradizioni. La Settimana Santa si svolge nel modo seguente:

Domenica delle Palme

Ad anni alterni, la Benedizione delle Palme e la processione successiva si svolgo ora in una rettoria e l’anno dopo nell’altra, fino alla Chiesa Madre dove si tiene la celebrazione della Passione del Signore. Nel pomeriggio, d’intesa con l’Amministrazione Comunale si svolge, invece, la rievocazione della Passione con attori opportunamente scelti e la ripresentazione dei vari momenti (l’ultima cena, l’arresto di Gesù al Getsemani, il processo davanti Ponzio Pilato, fino alla Crocifissione).

Lunedì, martedì e mercoledì della Settimana Santa 

Si celebrano in Chiesa Madre gli Esercizi Spirituali al popolo di Dio.

Giovedì Santo

I comitati, con i sacchi bianchi e le insegne proprie (corpetti rossi per il comitato di San Sebastiano e verdi per quello di Sant’Antonio Abate), composte da lunghi stendardi neri e medaglioni portati su bastoni, si incontrano sulla strada principale (La Fratellanza) ed insieme, si recano fino alla Chiesa Madre dove, dopo aver reso omaggio (si agitano gli stendardi tre volte davanti l’ingresso principale), entrano per partecipare alla Messa in Coena Domini e alla lavanda dei piedi. Al termine, entrambi i comitati portando una croce, tornano nelle rispettive rettorie che rimangono aperte fino alla mezzanotte, mentre in Chiesa Madre viene preparato l’altare della reposizione.

Venerdì Santo

Alle 15.30 in Chiesa Madre si tiene la celebrazione della Passione del Signore.
Alle 21.30 nella rettoria di Sant’Antonio Abate si tiene, invece, l’omelia sulle “Sette Parole” pronunciate da Gesù dalla Croce, al termine della quale si fa una pausa rievocando la morte di Gesù ovvero: si spengono le luci e si simula il terremoto, così come testimoniato in Mt 27. Subito dopo, la statua del Cristo morto viene “discesa” dalla Croce (in dialetto A scisa a cruci) e inizia la processione con la statua e quella della Madonna Addolorata ammantata di nero.

Sabato Santo

La Veglia Pasquale si tiene nella rettoria di San Sebastiano, ma inizia in Chiesa Madre con la benedizione del fuoco, dalla quale parte la processione fino alla chiesa di San Sebastiano dove la Veglia prosegue come di consueto. Al momento del “Gloria” viene simulata la Risurrezione del Signore: la sagoma di un angelo scende sull’altare maggiore e picchia tre volte (come a “risvegliare” il Signore dal sonno della morte). Quindi, le sagome dei soldati collocate sull’altare cadono e la statua del Cristo Risorto “sale” da dietro l’altare centrale con un antico macchinario ancora funzionante. Al termine della Veglia, una campana al vento suona per tutta la notte riecheggiando con i suoi suggestivi rintocchi, la gioia della Risurrezione.

Domenica di Pasqua

La statua della Madonna sin dalle prime luci del giorno di Pasqua, viene portata a spalla dai fedeli per le vie del paese, nell’”affannosa” ricerca del Figlio Risorto fino a quando, poco prima di mezzogiorno, insieme a quella del Cristo, si ferma in una delle vie del paese dove alle 12 in punto avviene “l’incontro”: le statue vengono portate in corsa l’una verso l’altra e quando sono ormai vicine, il manto nero della Madonna viene fatto cadere, in segno che il lutto è finito e la gioia della Risurrezione letteralmente esplode (mediante anche i fuochi d’artificio). La sera, poi, dopo la celebrazione festiva, entrambe le statue del Cristo Risorto e della Madonna vengono nuovamente portate in processione per le vie del paese. Alla domenica di Pasqua segue sempre l’ottava, detta anche “l’incontro dei ragazzi” (in dialetto U ‘ncontru de carusi). Ragazzi e giovani tra i 13 e i 18 anni, ripetono i gesti compiuti dagli adulti otto giorni prima con statue più piccole, ma con lo stesso entusiasmo del giorno di Pasqua. Dall’ottava, spesso si passa alle domeniche successive con ragazzi e statue sempre più piccole, per esprimere la gioia della Pasqua che coinvolge tutti e non si esaurisce.