“Lo spirito che deve caratterizzare l’operato giudiziale nella Chiesa è quello di mettere in campo competenza, rispetto delle norme canoniche, delle procedure, ma non dimenticare mai che dietro ad un numero di protocollo ci sono delle persone, delle storie, spesso caratterizzate da ferite, attese, speranze, delusioni, lacrime“. Lo ha detto il vicario giudiziale don Giuseppe Gurciullo all’inaugurazione dell’anno giudiziario del Tribunale Ecclesiastico Metropolitano dell’Arcidiocesi di Siracusa.
Nel salone San Zosimo del Palazzo Arcivescovile, prima la giornata di studi dedicata agli operatori del diritto su un capo di nullità matrimoniale sancito al can. 1095 del Codice di diritto canonico, alla presenza di mons. Francesco Viscome, e mons. Vito Angelo Todisco, entrambi prelati uditori della Rota Romana.
Poi l’inaugurazione dell’anno giudiziario: dopo l’introduzione di don Andrea Zappulla, i saluti di mons. Francesco Lomanto, Arcivescovo di Siracusa: “L’apertura costituisce un momento importante. Anche per rinnovare la consapevolezza della missione del Tribunale, parte viva della Chiesa che partecipa alla missione di annunciare il Vangelo e servire la verità. Il tribunale è chiamato ad accertare i fatti e pronunciare decisioni giuste, tuttavia tale funzione possiede una intrinseca dimensione pastorale. Nelle cause riguardanti la validità del matrimonio il Tribunale incontra uomini e donne che chiedono alla Chiesa quale sia la loro condizione dinanzi a Dio e alla comunità ecclesiale. A ciascuno va assicurato un ascolto attento, rispettoso e libero da pregiudizi. L’indole pastorale del Tribunale si esprime nell’accoglienza, nella competenza, nella discrezione e nell’attenzione alle condizioni personali di quanti si rivolgono alla giustizia ecclesiale. A conclusione del procedimento nessuno dovrebbe essere lasciato solo. C’è bisogno di un accompagnamento umano e spirituale“.
E’ seguita l’introduzione di don Giuseppe Gurciullo: “Dietro ad ogni storia non di rado ci sono anche sensi di colpa, la presenza dei figli che devono essere tutelati e custoditi. C’è una storia complessa. Allora l’operato giudiziario nella Chiesa se da un lato deve sempre cercare di essere quanto più fedele alle norme processuali, dall’altro non può dimenticare che la ricerca della verità deve essere coniugata con la carità cristiana“.
Quindi la prolusione su “Fede e Sacramenti: la rilevanza nel matrimonio” di mons. Alejandro Arellano Cedillo, Decano della Rota Romana. “Quale volontà è necessaria per costituire davvero il matrimonio che, tra battezzati, è sacramento? Non si tratta di diminuire l’importanza della fede ma di individuare con rigore il luogo della sua possibile rilevanza giuridica. Quattro verità devono rimanere unite. La fede appartiene alla pienezza della vita sacramentale; il matrimonio possiede una consistenza naturale e un contenuto oggettivo che precedono la fede personale dei contraenti; tra battezzati un matrimonio validamente costituito è inseparabilmente sacramento; il consenso costituisce il vincolo e rimane il punto al quale deve risalire il giudizio sulla validità. Isolare una sola di queste verità produce deformazioni opposte: o una visione del sacramento senza la libertà o un giudizio incapace di riconoscere l’influsso che la visione della vita può esercitare sulla volontà. Quando si aprono gli atti di una causa matrimoniale, si entra in una storia che si è già svolta e che viene raccontata alla luce del suo esito. Vi sono parole che la vita ha smentito, ma che furono sinceramente pronunciate e vi sono parole che sembravano promettere tutto, mentre celavano una decisione diversa. Il giudice deve accertare quale delle due realtà emerga dagli atti. Il giudice ecclesiastico cerca, accerta e dichiara nei limiti propri della giurisdizione e secondo la certezza richiesta dal diritto“.

